NIGREDO

Legno, terra, acqua, fuoco, metallo, aria. Mario Termini procede nel fare artistico come alchimista nella sua nigredo di regolo e compasso, volutamente inesatta come inesatta è la storia degli uomini nel trapassare da una vita all’altra, di madre in figlio, dalla casa paterna all’esilio. La donna incarna la metafisica del necessario nella potenzialità del “traguardo” (come di colei che guarda attraverso) e del “trasmettere” (di colei che trasmette agli altri). L’uomo si flette sotto il peso di questa ciclopica femminilità, invadente ma necessaria. Il nodoso, tenace, attorto tronco è attraversato dal corpo femminile che “radica” nel legno di ulivo e dal sottosuolo porta linfa verso l’alto generando frutto. La composizione degli elementi crea materia; essa diventa di volta in volta, paradigma di un epos (il cavaliere che emerge dalla radica è Serlone d’Altavilla, nipote del Gran Conte Ruggero I, caduto in battaglia presso Nissoria nel 1063 ca.;) o metafora dell’elevarsi al divino con mani operose, rette nel farlo da animule di un sesso ben definito. Prendere ancora “corpo”. Distorcere verso l’alto dal grembo alle nuvole. Seguire la linea continua dell’orizzonte e quella altrettanto definita di fianchi o di collo. Tirare in alto il petto e le braccia … distendere … torcere … cercare la posizione nello spazio, ricadere pure, ma con infinita cura. Balzare in avanti, energia che disgrega atomi all’intorno. Ascendere di un moto scalare. Restare a guardare per la necessità di rimanere nelle cose come in una massa unica, lasciando che emerga, anche solo abbozzata, la parte aerea e ben levigata dell’anima. C’è un tentativo di scomposizione cubista in Mario Termini, il bisogno di uno sguardo fatto a pezzi, uno per ogni segno del corpo. A contatto con l’etere la materia urta e si distende in superfici ora glabre, ora nodose. Angoli ben definiti – spes – alterni a cavità cupe- dubitatio. L’opera di Mario Termini è metastorica. Si avverte traccia di negritudine in essa. Di questo malo desio, di questo procedere per sottrazioni, in levare, lo spazio vuoto e quello pieno sono materia qualificante. L’uno e l’altro si coniugano definitivamente nella “danza”, omaggio a Matisse, pietra di paragone di quella ricerca alchemica che ebbe inizio da elementi informi e che trova senso compiuto solo ora, ora che bisogna procedere a mani strette, verso dove non è dato conoscere.

 

Vittorio Ugo Vicari, Storico dell’Arte

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MARIO TERMINI
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