Termini o la poetica ‘irrealtà’ del simbolo

La memoria si identifica con un tempo orizzontale che contiene nella sua dimensione passato, presente e futuro, nonché l’ignoto e il conosciuto. Se è così, essa contiene pure la misura dell’esistenza. Da questo punto di vista va osservato che il desiderio di rivelazione ed estensione delle facoltà espressive  oggi, come in passato,  caratterizza il lavoro dell’artista. Poggiando su questi elementi, si può ritenere l’operazione artistica il terreno di ricerca più stimolante e produttivo per perseguire significazioni, illuminazioni, simboli e miti per il nuovo corso della vita. Così, si è passati da uno spazio minimo (quello della tela) o più grande (l’affresco), ma sempre allusivo, ad un altro tipo di percezione dell’immagine reale. Occupare uno spazio con elaborati di vario carattere è divenuto uno dei mezzi più utili alla percezione di nuovi significati: non più una superficie che alluda ad un determinato evento creativo, ma ad uno spazio espressivo, caratterizzato, che contenga l’uomo e lo avvolga interamente nei suoi significati, condizionandone funzioni, gesti e pensiero. Tutto dipende dal carattere di questi elementi e dall’idea che ne deriva per intervenire positivamente ad alimentare l’immaginazione dell’artista, indirizzandolo verso i suoi fantasmi e le sue verità. Ed è proprio ciò che accade a Mario Termini nella sua duplice condizione di creatore di forme plastiche, la scultura, e di immagini affidate al suggestivo impiego dei colori, cioè la pittura. Contrariamente al volume corporeo chiuso e intatto, che si può descrivere intuitivamente anche con nucleoscultura, quale forma più semplice o forse più antica con cui si manifesta la scultura, quella di Termini, non essendo ottenuta per sottrazione o scarto di materia da un blocco omogeneo (pietra, marmo, legno), avviene invece attraverso un procedimento genetico affidato all’impiego di resine particolari e calchi di gesso. Per cui nel lavoro di Termini non vi è all’origine una forma germinale dell’oggetto plastico, ma una prefigurazione mentale affidata alla manipolazione e dosatura della materia che foggia o plasma la forma con particolare destrezza creativa suggerita dalla mano. Così, la scultura di Termini – eccetto quelle celebrative e interamente rivelate in vari siti della città – tende ancora, per certi aspetti, a restare “art informel” nel senso che il contesto scultoreo, nel quale si manifesta l’incerto apparire di sembianze figurali, è contesto ibrido e corroso ma al tempo stesso capace di levigature visive non prive di virtuale movimento, di stupefacenti flussi generativi ed emblematici attraverso i quali l’occhio ipotizza morfologie sia umane che naturali, spontanee. Una scultura, dunque, né mimetica né realistica in senso lato, ma poeticamente sciolta e liberata da costrittivo, referenziale, per dare libero sfogo all’immaginazione e fare del dato plastico e del suo linguaggio un omaggio alla fantasia. E per Termini la fantasia, la nozione di fantasia, è proprio quella di cui parla per esempio, Bruno Munari nel suo libro omonimo. ” La fantasia, dice Munari, è quella facoltà che permette di pensare a cose nuove non esistenti prima. La fantasia è libera di pensare a cose assolutamente inventate, nuove, mai esistenti prima, ma non si preoccupa se ciò che pensa è veramente nuovo. Non è suo compito”. Infatti che cosa sono le sculture di Mario Termini se non frutto di una fervida fantasia? Corpi e volti umani, nati spesso dal viluppo denso e intuitivo della materia, riescono ad apparire e rivelarsi come in una improvvisa, quanto incantata palingenesi; come ritorno alla vita e al tempo delle forme, di cui è capace la sola magia dello scultore. Così, volti e corpi si originano nel dato plastico di Termini, mediante ritmi avvolgenti, enucleati su figure mosse, ma come incise sulla solidità del blocco ed evidenziate quel tanto che basta a farsi riconoscere ma anche a ritrarsi e ridiventare eventualmente amalgama di resina, corpo informe da cui le figure stesse sono generate. Ritmi, strutture, stratificazioni, perturbazioni e trasformazioni agiscono in tal modo nella scultura di Termini, in un gioco sottile ed invisibile, poetico, di metamorfosi, aprendosi ad un linguaggio plastico che, oltre ad essere immaginoso e fertile, è anche espressione di un perfetto accordo tra concezione e tecnica, tra segno espressivo e simbolo, tra realtà e irrealtà dello spazio nel quale rientra ( o si colloca ) non tanto il volume della scultura, ma la sua “essenza” costituita in enigmatica e suggestiva ” apparenza”. Lo stesso dato di indefinita e indefinibile surrealtà o irrealtà su cui si fonda, in definitiva, la creatività di Mario Termini, ricompare nella pittura dello stesso artista in cui l’inevitabile ausilio del colore non fa che dilatare al massimo la trasfigurazione rappresentativa, assumendola in continui gesti di traslazione parametafisica, o in ipotesi figurali derivate da evanescenti rifrazioni luminose. Figure femminili, librate nell’aria e stilizzate al massimo della loro fisicità, si elevano e roteano nello spazio di paesaggi selenici; atmosfere di un “altrove” speculare alla terra per le somiglianze morfologiche che esso riproduce, ma così distanziato ed etereo, e denso di luci lontane e riflesse, da oltrepassare l’orizzonte del vedere umano in favore di un universo pittorico che all’immaginario concede l’utopica essenza del sogno, e alla poesia l’innegabile bellezza dei colori.

Francesco Carbone   Storico dell’Arte Contemporaneagerminale dell’oggetto plastico, ma una prefigurazione mentale affidata alla manipolazione e dosatura della materia che foggia o plasma la forma con particolare destrezza creativa suggerita dalla mano. Così , la scultura di Termini -eccetto quelle celebrative e interamente rivelate in vari siti della città- tende ancora, per certi aspetti, a restare “art informel” nel senso che il contesto scultoreo, nel quale si manifesta l’incerto apparire di sembianze figurali, è contesto ibrido e corroso ma al tempo stesso capace di levigature visive non prive di virtuale movimento, di stupefacenti flussi generativi ed emblematici attraverso i quali l’occhio ipotizza morfologie sia umane che naturali, spontanee. Una scultura , dunque, né mimetica né realistica in senso lato, ma poeticamente sciolta e liberata da costrittivo, referenziale, per dare libero sfogo all’immaginazione e fare del dato plastico e del suo linguaggio un omaggio alla fantasia.. E per Termini la fantasia, la nozione di fantasia, è proprio quella di cui parla per esempio, Bruno Munari nel suo libro omonimo. ” La fantasia, dice Munari, è quella facoltà che permette di pensare a cose nuove non esistenti prima. La fantasia è libera di pensare a cose assolutamente inventate, nuove, mai esistenti prima, ma non si preoccupa se ciò che pensa è veramente nuovo. Non è suo compito”. Infatti che cosa sono le sculture di Mario Termini se non frutto di una fervida fantasia? Corpi e volti umani, nati spesso dal viluppo denso e intuitivo della materia, riescono ad apparire e rivelarsi come in una improvvisa , quanto incantata palingenesi; come ritorno alla vita e al tempo delle forme, di cui è capace la sola magia dello scultore . Così, volti e corpi si originano nel dato plastico di Termini, mediante ritmi avvolgenti, enucleati su figure mosse ma come incise sulla solidità del blocco ed evidenziate quel tanto che basta a farsi riconoscere ma anche a ritrarsi e ridiventare eventualmente amalgama di resina, corpo informe da cui le figure stesse sono generate. Ritmi, strutture, stratificazioni, perturbazioni e trasformazioni agiscono in tal modo nella scultura di Termini, in un gioco sottile ed invisibile, poetico, di metamorfosi, aprendosi ad un linguaggio plastico che, oltre ad essere immaginoso e fertile , è anche espressione di un perfetto accordo tra concezione e tecnica, tra segno espressivo e simbolo, tra realtà e irrealtà della spazio nel quale rientra ( o si colloca ) non tanto il volume della scultura, ma la sua “essenza” costituita in enigmatica e suggestiva ” apparenza”. Lo stesso dato di indefinita e indefinibile surrealtà o irrealtà su cui si fonda , in definitiva, la creatività di Mario Termini, ricompare nella pittura dello stesso artista in cui l’inevitabile ausilio del colore non fa che dilatare al massimo la trasfigurazione rappresentativa, assumendola in continui gesti di traslazione parametafisica, o in ipotesi figurali derivate da evanescenti rifrazioni luminose. Figure femminili, librate nell’aria e stilizzate al massimo della loro fisicità, si elevano e roteano nello spazio di paesaggi selenici; atmosfere di un “altrove” speculare alla terra per le somiglianze morfologiche che esso riproduce, ma così distanziato ed etereo, e denso di luci lontane e riflesse, da oltrepassare l’orizzonte del vedere umano in favore di un universo pittorico che all’immaginario concede l’utopica essenza del sogno, e alla poesia l’innegabile bellezza dei colori.

Francesco Carbone   Storico dell’Arte Contemporanea

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MARIO TERMINI
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