L’AMBONE BRONZEO

Da quando l’uomo ha cominciato a eseguire con abilità tecnica e vivace fantasia manufatti singolari per decorazione e pregio vi ha assegnato agli esemplari più belli una destinazione cultuale, consapevole che solo alla Divinità, fonte della sua esistenza e sostegno nelle sue necessità, si dovevano dedicare le cose più preziose. Che d’allora l’Arte non ha smesso di mettersi al servizio della Religione ce lo conferma ogni popolo antico, dal persiano all’assiro, dal greco al romano, dall’egizio allo scita, che ha onorato il suo pantheon dedicando al nume preferito, assieme a preghiere e sacrifici, templi e statue, vasellame e gioielli della più prestigiosa fattura. Neppure l’ebreo si è discostato dalla naturale e avvertita esigenza di ossequio e omaggio all’Ente Supremo che adorava, distinguendosi dalle altre genti per l’intransigente monoteismo e l’assoluto divieto di raffigurare e persino di nominare il suo Dio, Jahvè, che qualsiasi paradosso, è appunto la Parola, il Logos, il Verbo. Parola scritta e proclamata, che si fa dialogo fra Creatore e creature e che trova dimora in un luogo che poi la Chiesa cristiana nella sua terminologia liturgica ha definito col nome di ambone. Luogo tra i più sacri nel già sacro edificio di culto, esso appare nei templi più antichi, fossero le maestose basiliche dell’Urbe o le più modeste chiese delle più diverse città, collocato in uno spazio ben visibile ai fedeli, adorno di sculture, tessere musive, lamine d’oro, incaricate di esaltare degnamente con la loro magnificenza la Parola di Dio che lì veniva proclamata, attestandone con la sua struttura materiale la presenza “sensibile” tra i credenti. Parola che nell’esecuzione del rito liturgico assumeva le varie forme di salmo responsoriale, di preconio pasquale, di omelia, di preghiera universale e che trovava la giustificazione del suo svolgimento nell’episodio evangelico in cui Gesù stesso compie il commento di un passo del profeta Isaia nella sinagoga di Nazareth. Quell’episodio, esemplarmente celebrato da Luca 4, 16, divenne uno dei fulcri della più antica tradizione cristiana che gli assegnò accanto al compito di spiegare e commentare le Sacre Scritture quello di dedurne ammaestramenti, esempi di virtù, insegnamenti ed esortazioni che nel discorso del celebrante diventava la stessa parola di Cristo, di cui nei riti e nel culto, si ricordava la parusia, il ritorno glorioso alla fine dei tempi per il giudizio finale e per l’instaurazione del Regno del Padre, che così dava compimento al suo disegno provvidenziale. Parusia già prefigurata nel Mistero pasquale che fino al XIII secolo si concentrava contestualmente nel Sacrificio della Messa e nella esposizione della Parola, divenuta in seguito un aspetto liturgico talmente secondario che gli amboni furono considerati ormai inutili, sostituiti in periodo post-tridentino dai pulpiti, dove il sermone o l’omelia erano rivolti ad un’assemblea di fedeli che per dedicarvi la meritata attenzione, ricercata dal predicatore di turno con gesti enfatici e retorico eloquio, era esclusa dalla celebrazione eucaristica, addirittura proseguita separatamente dal clero officiante. La frattura fra il sacerdote celebrante e il fedele assorto nella recita di preghiere o nell’ascolto di fervorini e panegirici, in questi ultimi cinque secoli ha messo la sordina alla Parola di Dio, di cui oggi si invoca il riascolto, recuperandone dalla più antica tradizione una rivalutazione nelle funzioni religiose. Ecco dunque che accanto all’esigenza di restituire la primitiva autorità alla proclamazione della Parola di Dio, letta, proclamata, commentata torna ad essere anello di congiunzione fra Creatore e creatura, fra Divinità e fedele. È in questa fase di recupero culturale e liturgico che si inserisce l’elevazione di un ambone nella chiesa parrocchiale di San Tommaso, progettata nel rispetto delle norme canoniche più recenti, che nel quadro innovativo liturgico generale ne prevedono la necessaria presenza, sottratta comunque ad ogni intervento discrezionale e soggettivo e sottomessa pur sempre al raggiungimento del massimo decoro artistico. L’artista cui è commissionata la realizzazione di un ambone incontra pertanto dei limiti alla sua facoltà inventiva, sottomessa al rigoroso rispetto degli aspetti funzionali e al richiesto ossequio alla valenza simbolica che il manufatto esige. Lo scultore Mario Termini, è lui difatti che esegue l’opera destinata alla Chiesa di San Tommaso, ha saputo coniugare le esigenze liturgiche, cariche di valori simbolici ma pure esprimenti necessità funzionali, ricorrendo ad una duttile ispirazione creativa naturale e a capacità tecniche ed espressive maturate nel corso di una pluridecennale attività. Consapevole che tra le funzioni che la suppellettile sacra commissionatagli è chiamata a svolgere è predominante la proclamazione della Parola divina durante la celebrazione del Sacrificio eucaristico inteso nel suo alto e pertinente significato di rinnovamento del mistero pasquale, Mario Termini nell’arredo sacro eseguito ha privilegiato l’aspetto di icona della Resurrezione che di questo mistero rappresenta l’evento apicale, la concretizzazione delle promesse evangeliche, il premio e la meta del nostro cammino di fede. L’Artista, rispettoso anche della più antica tradizione cristiana che all’ambone dimora della Parola di Dio assegnava attenzioni artistiche particolari, ha scelto per la sua realizzazione un materiale nobile e durevole, il bronzo, già nelle campane così avvezzo a diffondere la parola di Dio, e ben adatto ad esprimere nella sua poderosa consistenza evocazioni di durate perenni e di ferme promesse, esaltando così il simbolismo dell’eternità della parola divina e la sicurezza del celeste premio finale. Mario Termini, forte anche delle sue esperienze pittoriche, ha creato uno schema compositivo che, adeguandosi cedevolmente alla forma ad emiciclo, attraverso un calcolato gioco di rilievi ora morbidi e di solchi ora leggeri ora profondi vivacizza le figure, immergendole nel suggestivo effetto chiaroscurale che ne scaturisce e che movimenta plasticamente evitando di appiattirle in uno statico seppur gradevole bassorilievo. In omaggio al tema prescelto della Resurrezione, l’Artista fa campeggiare al centro il Cristo a testimoniare il suo trionfo sul male, sulla caducità delle cose, sulla precarietà delle situazioni e a proporsi come meta del nostro pellegrinaggio terreno, a compimento delle promesse dell’Onnipotente che appare al vertice della composizione, chiusa ai lati da due angeli dalle ali spiegate in un volo che è uno speranzoso preludio di Cielo. Le braccia spalancate di Cristo, ormai libero dalle bende sepolcrali appena accennate sullo sfondo levigato, allusive agli impacci terreni ma ancor più gradini di una scala che in Cristo diventa la Via al Cielo, dimora ultima di ogni pio credente, si aprono in un ampio gesto che sprigiona un lungo atteso senso liberatorio dal peccato, dal male, dalla morte spirituale, e suggerisce un accogliente abbraccio in cui si materializza l’evangelico confortante suo invito: Venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis (Mt 11,28). Alla sua conclusione Et ego reficiam vos; ci sospinge con naturalezza tutta la scena rappresentata, dove Mario Termini imprime il rasserenante messaggio evidenziando padronanza di tecnica e capacità espressive degne della tradizione scultorea più aulica, rivitalizzata da una sensibilità moderna che delle evoluzioni artistiche mostra d’aver fatto tesoro con saggezza. Ne scorgiamo le tracce nella cura del modellato, nella politezza della forma, nella decisione del segno, nella suggestiva ideazione scenica in cui l’Artista scandisce su più piani la bronzea superficie facendo emergere con forza incisiva dai ricercati contrasti dello spessore volumetrico, fonte di luministici chiaroscuri, sia i valori plastici, liberi da impacci accademici e scevri da minuzie descrittive, sia quelli simbolici, esprimenti con sobria eleganza il vigore di quella vera Vita e lo splendore di quella consolante Verità che solo Cristo ci può dare.

Rocco  Lombardo  Storico dell’Arte

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