Lo scopo alchemico della lumaca. Mario Termini scultore (2013-2019)

La produzione artistica di Mario Termini è primariamente scultorea. In questa sede sono presentate le opere che egli ha prodotto negli ultimi cinque anni, la qual cosa le rende omogenee per lingua, materia e tecnica. Non siate indotti a pensare per questo che si tratti di un nucleo modulare e ripetuto; per molteplici ragioni esso è invece vario, vibratile, in continua evoluzione. Un’evoluzione che non è soltanto tecnica e stilistica, ma riflesso tormentato del periodo di vita forse più difficile per l’autore. Questo quinquennio ha dunque il valore di un’opera prometeica. Ciò che stupisce maggiormente è sapere che la reazione dell’artista alle traversie della vita non conduce verso un incupirsi della materia, come sovente accade all’uomo se posto di fronte al dolore. Chiaro, c’è un’oscura tristezza che corrisponde alla fase più dolorosa della sua esistenza e si risolve nel passo strisciante di una lumaca; ma quell’incedere a fatica finisce per rimarcare la necessità di andare avanti malgrado le difficoltà, pure lentamente, ma con una forza inaspettata, metamorfica, impensabile ai più. Ricorre il tema del mascheramento, metafora palpabile dell’inganno perpetrato ai danni di se stessi e degli altri, ma è qualcosa che in anticipo preconizza una verità rivelata dal tempo: un nascondimento che duri il tempo necessario perché il vero si annunci. La sua ultima ricerca è rivolta, invece, alle mani, perché? Le mani lavorano, abbracciano, stringono talvolta in modo soffocante, sono ingannevoli anch’esse – nel corpo a corpo tra due falsi amanti, nel blandire dell’adulante – ma anche supplici e speranzose, metafora di un’articolazione che Termini considera in tutto necessaria, perché articolare è verbo intimamente legato al gesto, ma anche e soprattutto alla vita.

Altro aspetto che mi preme sottolineare in questo breve contributo, è il fatto che Mario Termini ha una carriera di scultore per se stesso, indubitabilmente come molti; ma soprattutto è espressione di un’attenzione continuata nel tempo per l’arte pubblica monumentale. Il dato non è indifferente, esso chiama in causa la responsabilità civile dell’artista e s’incardina in una significativa tradizione italiana che dal Rinascimento in avanti ha improntato l’urbanistica e l’estetica della città. Il centro del consesso sociale è, nella lezione umanistica, la piazza, la fontana, l’acqua ed il complesso d’immagini simboliche, allegoriche, storiche che vi gravita attorno, rese manifeste dal monumento in bronzo, in pietra, etc. Un retaggio classico greco e romano che si riafferma in Italia e nel mondo come statuto civile, sentimentale (nel senso patrio del termine) e politico. Mario Termini ha colto in più di un’occasione la sfida, dedicandosi con passione non comune all’arte monumentale di committenza pubblica e privata. Lo ha fatto anche in veste di organizzatore, cercando di promuovere – non senza fatica e con alterne fortune – la scultura monumentale in provincia di Enna. Ma sono lontani i tempi dell’epica tardo risorgimentale che infiammava i cuori di amministratori e cittadini al solo valore repubblicano di Euno il ribelle. Oggi a malapena si convince l’ente locale alla spesa per l’arredo urbano ed è in quest’ultima accezione che il monumento scultoreo purtroppo si afferma, se si afferma, quando si afferma. Non cito le opere di datazione più alta, maggiormente note, ma i ritratti che legano intimamente il sentire dell’autore al tema della giustizia: i busti dedicati al giudici vittime della mafia Angelo Rosario Livatino (1952-1990) e ad Antonino Saetta (1922-1988), Caltanissetta, Palazzo di Giustizia, Aula magna, 2015; una giustizia che egli insegue da tempo non solo come cittadino democratico, ma anche come uomo. Sempre nell’ambito dell’arte pubblica monumentale, negli ultimi anni Termini ha percorso vie internazionali, affermando la sua opera in diversi simposi: a Penza (Russia) nel 2011 e 2012, ad Uzerche (Francia) nel 2011; a Saariselka (Finlandia) nel 2014 e nel 2017. Le sculture che ne derivano si staccano dagli affanni della vita quotidiana e, così lontane da casa, assumono un respiro che l’autore ritroverà, nella sua terra natale, solo nelle prove più recenti. Mi piace segnalare due legni di grande respiro, integralmente nordici per materia ed espressione: cariatidi che egli scolpisce in Lapponia. In esse s’incarnano l’epica e la favolistica popolare scandinavi, con il loro pleroma di fate, elfi, divinità sub polari dal candore boreale. Nella produzione più recente, dicevamo, tutto tende verso l’alto e la materia rischiara; ricominciare, raggiungere il confine, trasformare sono le parole d’ordine degli ultimi anni. La lumaca ha raggiunto il suo scopo alchemico: con un grande saluto al passato può ora volgere gli occhi verso le nuvole, nelle grazie di uno sguardo femminile, verso il divino.

Vittorio Ugo Vicari, storico dell’arte.

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